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Backrooms – Gli spazi liminali protagonisti ancora una volta nel cinema
Cosa rende davvero inquietante uno spazio? Non sempre il buio. Non sempre ciò che vediamo. A volte è proprio ciò che riconosciamo come familiare a metterci a disagio.
Con Backrooms il cinema torna a dimostrare quanto architettura e interior design siano strumenti narrativi potenti. Il nostro non vuole essere un approfondimento sul film ma una riflessione su come materiali, luce, proporzioni e distribuzione degli spazi possano modificare completamente la percezione di un ambiente: si tratta di una lezione interessante perché ci ricorda che il design non comunica soltanto bellezza, ma anche emozioni.

L’idea delle Backrooms nasce da un’immagine diventata virale su internet nel 2019. Un insieme infinito di stanze quasi identiche illuminate da luci fluorescenti con moquette consumata, pareti gialle e arredi anonimi: nulla di realmente spaventoso preso singolarmente; solo l’insieme….non funziona, crea disagio. Perché riconosciamo gli spazi, ma allo stesso tempo no.
Il film diretto da Kane Parsons porta questo concetto sul grande schermo trasformando gli interni in protagonisti; ambienti che sembrano familiari ma allo stesso tempo sbagliati.
C’è una domanda importante nella pellicola che rende l’idea: «Immagina di descrivere un cane a qualcuno che non ne ha mai visto uno prima e poi chiedergli di disegnarlo. Sembrerà simile ma il diavolo è nei dettagli». Questo paradosso mette infatti in luce i limiti del linguaggio, quando si affronta l’ignoto:
- Puoi descrivere le caratteristiche di base (le quattro zampe, il pelo, la coda, il muso).
- Ma chi non ha un archivio visivo dell’animale tenderà a riempire i vuoti usando la propria immaginazione, magari posizionando la coda dove dovrebbe esserci il muso o sbagliando le proporzioni degli arti.
- Il disegno finale sarà una copia approssimativa e inquietante, simile a un cane nei concetti generali ma completamente errata nei dettagli fondamentali.
È proprio questa sottile alterazione della normalità a generare tensione quando ti imbatti nelle backrooms, che sono simili ad ambienti che conosciamo ma allo stesso tempo no.
Gli spazi liminali raccontano molto più di quanto immaginiamo

Da alcuni anni il concetto di liminal space è entrato nel linguaggio dell’architettura e della fotografia; sono in pratica gli spazi liminali sono luoghi di passaggio come corridoi e sale d’attesa di alberghi, centri commerciali, uffici o scuole completamente vuoti. Spazi pensati per essere attraversati e non vissuti e che quando vengono privati delle persone perdono la loro funzione e iniziano a trasmettere una sensazione difficile da spiegare.
Nel film questa idea viene estremizzata fino a costruire un labirinto apparentemente infinito nel quale orientarsi diventa impossibile; come raccontano alcuni addetti ai lavori anche la troupe finiva spesso per perdersi durante le riprese; un risultato ottenuto progettando percorsi senza una vera logica apparente con angoli irregolari, corridoi ciechi e prospettive volutamente ingannevoli.
Una delle lezioni più interessanti di Backrooms riguarda il fatto che ogni scelta progettuale produce una reazione emotiva e non servono elementi spettacolari dato che bastano pochi dettagli studiati con precisione:
- illuminazione uniforme e artificiale che elimina ogni profondità
- ripetizione continua di colori materiali e moduli
- assenza di punti di riferimento che aiutino l’orientamento
Quando tutti questi elementi lavorano insieme lo spazio perde identità e diventa quasi impossibile da interpretare ed è l’esatto contrario di ciò che si cerca quando si progetta una casa, dato che ogni progetto d’interni dovrebbe aiutare le persone a sentirsi orientate, accolte e riconoscersi negli ambienti che abitano. Il cinema horror, e non, ha spesso dimostrato quanto sia facile ottenere l’effetto opposto.
Perché Backrooms interessa anche chi ama l’architettura
Da sempre cinema e architettura parlano la stessa lingua; registi come David Lynch hanno costruito intere narrazioni attraverso spazi ambigui, corridoi infiniti e ambienti capaci di mettere in discussione la realtà.
Backrooms raccoglie questa eredità e la unisce alla cultura digitale e al mondo dei videogiochi dove il concetto di esplorazione è parte integrante dell’esperienza; il risultato è un film che non utilizza gli interni come semplice sfondo ma li trasforma in uno strumento narrativo vero e proprio.